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Si stava meglio quando si stava Techno.

Negli anni ‘90, la Toscana era una delle culle del clubbing italiano. Un movimento sotterraneo ma vibrante, fatto di luci stroboscopiche, cassa dritta e un’energia collettiva che si alimentava ogni weekend. Non era solo musica, non era solo ballare: era un rituale, un viaggio condiviso tra anime affamate di libertà e nuove esperienze.

Le serate iniziavano molto prima di varcare l’ingresso del club. C’erano i viaggi in macchina, le cassette mixate che giravano tra amici, le dritte sui DJ set più caldi del momento. Le informazioni non si trovavano online, si passavano di bocca in bocca, tra flyer lasciati nei bar giusti e numeri di telefono scritti a penna su foglietti sgualciti. Il passaparola era la rete sociale di allora, e chi sapeva dove andare aveva in mano la chiave per entrare in un universo parallelo.

I DJ erano veri e propri sacerdoti di questa cultura. Non erano semplici selezionatori di brani, ma narratori di storie sonore che guidavano il pubblico in un viaggio. I loro set non erano facilmente accessibili: le registrazioni delle serate finivano su cassette duplicate decine di volte, passavano di mano in mano, diventavano colonna sonora dei ritorni a casa all’alba. Quei dj set non erano solo musica, erano testimonianze, reliquie di notti irripetibili.

Ogni club aveva la sua identità: c’era chi spingeva la techno più oscura, chi abbracciava l’house più calda e chi sperimentava contaminazioni inedite. Ma ovunque regnava la stessa filosofia: lasciarsi andare, essere parte di qualcosa di più grande, vivere il momento senza pensare al domani.

Eppure, di quegli anni, non esistono molte foto. Non c’erano smartphone a documentare ogni istante, nessuno si preoccupava di farsi selfie sotto la consolle. Le macchinette fotografiche usa e getta erano rare nei club, e comunque scattare una foto in quel contesto sembrava quasi un’interruzione del flusso. Il clubbing era un’esperienza da vivere, non da immortalare.

Per questo, oggi, i ricordi di quella generazione sono qualcosa di speciale. Nonostante siano stati spesso etichettati come “cervelli bruciati”, i ragazzi che hanno vissuto quelle notti ricordano ogni dettaglio con una lucidità impressionante. Forse per un paradosso chimico, forse perché erano momenti così intensi da fissarsi in profondità nella memoria, ma chiedete a un clubber di quegli anni di raccontarvi una serata, e vi parlerà con precisione di ogni istante: i volti incontrati, i dischi suonati, l’orario esatto in cui è esploso il pezzo più atteso, il nome del DJ, il viaggio di ritorno, la sensazione di quell’ultima traccia alle prime luci dell’alba.

Questo libro raccoglie quelle storie. Racconti di notti infinite, di amicizie nate sulla pista da ballo, di avventure folli lungo le strade della Toscana, di DJ che facevano la storia senza saperlo. È un viaggio nella memoria di chi c’era, ma anche un invito per chi vuole capire cosa significava davvero perdersi nella musica in un’epoca senza social, senza smartphone, ma con una voglia irrefrenabile di vivere ogni istante fino in fondo. Vivere per vivere

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